Abusivismo edilizio: in Sicilia i dati sono allarmanti e le demolizioni vanno a rilento

  • 10 agosto 2017
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L’abusivismo edilizio è un fenomeno diffuso in tutta Italia e in particolare nel Mezzogiorno, come si può desumere analizzando i dati riportati dall’Istat nel Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) del 2016, che rivelano una situazione allarmante e denunciano “la sottrazione di una quota crescente dei processi di urbanizzazione al controllo della legalità”.

Il Rapporto registra infatti un “deciso rialzo del tasso di abusivismo” nel 2016, e evidenzia come nel solo nel 2015 siano state realizzate” quasi 20 costruzioni abusive ogni 100 autorizzate, contro le 17,6 dell’anno precedente e le 9,3 del 2008″. Le conseguenze sul degrado del paesaggio e sul rischio ambientale, oltre ai danni economici, crescono così a dismisura.

Secondo lo stesso rapporto l’abusivismo nel Mezzogiorno “supera ormai largamente il 50% della produzione edilizia legale“. In particolare, l’Istat rivela che in Campania, Calabria e Sicilia nel 2015 la quota è salita ancora, e si aggira intorno al 60% .

Il rapporto denuncia poi come la crisi economica abbia avuto “un impatto differenziato sulla componente legale e su quella illegale dei nuovi edifici: dal 2008 entrambe sono in calo, ma nel 2015 il flusso delle costruzioni a uso residenziale autorizzate dai comuni si è ridotto del 70,5% rispetto al 2007, mentre quello delle costruzioni realizzate illegalmente soltanto del 35,6%”.

Sempre nel 2016, sono stati 1.750 i nuovi casi accertati di abusivismo edilizio scoperti in Sicilia, secondo uno studio della Regione. Sull’isola sono presenti oltre 400 mila metri cubi di cemento abusivi e in particolare sulle coste siciliane continuano a nascere senza sosta i fabbricati illegali. L’iter giudiziario per arrivare alle demolizioni è troppo lungo e la carenza dei fondi da parte dei Comuni per le operazioni di demolizione è cronica.

Alla luce di questi dati occorre affrontare il problema con urgenza e fermezza. I danni oltre a pesare dal punto di vista economico e ambientale, penalizzano anche il settore turistico, come dimostrato dalla pubblicazione di un articolo di Der Spiegel che raccontava ai tedeschi come le villette abusive in Sicilia “spuntassero all’improvviso”. Bisogna dunque procedere con le demolizioni nelle aree vincolate e a rischio, ma questo in realtà avviene al momento solo su pochi fronti attivi, mentre nella maggior parte dei casi prevalgono la lentezza o, addirittura, l’immobilismo.

La legge concede 90 giorni ai proprietari per demolire autonomamente i fabbricati abusivi, e questa sembra essere l’opzione scelta nella maggioranza dei casi, per la semplice motivazione della possibilità di gestire personalmente i costi dell’operazione di abbattimento. Il fronte più attivo è senz’altro quello dell’agrigentino, provincia nella quale la procura ha firmato un protocollo sulle demolizioni con alcuni comuni, ultimo di essi Lampedusa. I sindaci non vanno lasciati da soli nella lotta all’abusivismo, lo stato deve garantire loro operatività e protezione, oltre che i mezzi necessari a procedere, ma ci vuole anche la volontà politica da parte dei rappresentati degli enti locali che spesso preferiscono stare a guardare senza intervenire. Nel Parco archeologico della Valle dei Templi sono 9 gli immobili ancora da demolire e, come altrove, 4 sono stati già autonomamente demoliti. Caso particolare è quello di Palma di Montechiaro, attiva sulle demolizioni, così come Caltanissetta.  Da qualche giorno dal neo-eletto Sindaco di Palma Castellino giungono però segnali inquietanti. Castellino ha infatti sospeso l’efficacia dell’impegno di spesa di 275mila euro per le demolizioni e si appella alla legge regionale n.17 del 1994. Ma la salvaguardia del’ambiente e la prevenzione dei rischi (come quello idrogeologico), non possono dipendere dai capricci delle singole regioni.

Poche le notizie di demolizioni dal resto della Sicilia, qualcosa si muove nel catanese. Spesso arrivano anche le ordinanze, ma troppo raramente i provvedimenti vengono effettivamente eseguiti.

Oggi assistiamo alla sfiducia del Consiglio Comunale licatese al sindaco Angelo Cambiano, che passa alle cronache come paladino anti-abusivismo, quando invece la vera regia della lotta all’abusivismo è della Procura agrigentina che ha istituito un valido protocollo per le demolizioni.

A Palermo le operazioni vanno a rilento. I numeri parlano del trenta per cento circa degli immobili abusivi colpiti da ordinanza di demolizione, ma le esecuzioni sono poche, nonostante l’approvazione a dicembre del piano per le demolizioni, pubblicizzato dal sindaco Orlando come “uno strumento che ci permetterà di aumentare in modo consistente gli interventi di demolizione a tutela del territorio, della legalità e della sicurezza dei cittadini.” In realtà dopo questo vuoto annuncio non è cambiato nulla. A Marzo infatti il procuratore Scarpinato ha bacchettato i Comuni (75 su 82) della provincia con le seguenti parole: “Basta lassismo, demolite le case abusive”. Ma il Comune non ha recepito neanche questa messaggio e si accontenta di intervenire su piccoli casi, come quelli di Ciaculli, lasciando in piedi, ad esempio, le ville di Pizzo Sella, i capannoni abbandonati della ex Chimica Arenella, per non parlare del degrado di alcuni fatiscenti immobili del centro storico, che viene del tutto ignorato. Ultimamente anche il Comune di Bagheria ha approvato un regolamento specifico.

Il contrasto dell’abusivismo edilizio deve essere una priorità. Gli interventi legislativi sono utili ma non sufficienti, i Comuni hanno il dovere poi di utilizzare le norme messe a disposizione, di monitorare il fenomeno con costanza, di recuperare i fondi, di rendere esecutive le demolizioni nelle aree vincolate e a rischio. Non si possono tollerare messaggi di indulgenza verso questo fenomeno.

Proprio per favorire questi processi e rendere più agevole la possibilità di demolire gli edifici non sanabili, in parlamento ho dato il mio contributo sul tema dell’abusivismo edilizio. In seguito all’approvazione di una proposta emendativa a mia firma al decreto Sblocca Italia (2015), è così stato inserito, nell’articolo 31 del DPR 380/2001, il comma 4-bis. Il testo dispone che il trasgressore che non demolisce il manufatto abusivo entro 90 giorni dall’ordine di demolizione debba pagare una sanzione da 2.000 a 20.000 euro e, qualora l’abuso sia realizzato in zona vincolata, soprattutto a livello idrogeologico, che questa sanzione sia comminata nella misura massima. La sanzione è reiterabile, qualora persista la mancata demolizione. In seguito all’approvazione di questa norma ho scritto ai sindaci e alle procure di Sicilia per chiederne l’applicazione ma, caso agrigentino a parte, poco è stato fatto.

Tre mesi fa il Senato ha approvato con modifiche il DDL Falanga sulla demolizione degli edifici abusivi, che ora tornerà alla Camera. Due emendamenti proposti da me sono stati approvati.

Con il primo intervento, data la necessità dei Comuni  di disporre risorse ” fresche” per procedere  alle demolizioni, ho previsto l’istituzione di un fondo rotativo di 45 milioni di euro, da suddividere per ciascun anno fino al 2020, presso il Ministero delle Infrastrutture.

Con il secondo si  l’istituisce la, necessaria, banca dati nazionale sull’abusivismo edilizio che sarà gestita dall’Agenzia per l’Italia digitale. Gli enti dovranno trasmettere tutti i dati relativi alle opere abusive e in caso di ritardo il dirigente o il funzionario inadempiente sarà punito con una multa di mille euro.

Due strumenti snelli ed indispensabili alla razionalizzazione del fenomeno che, come già detto, ha assunto le dimensioni di una emergenza nazionale.

Un’ultima considerazione va fatta sul concetto di abusivismo di necessità. Quello dell’abusivismo di necessità è un cavallo di battaglia di uno dei maggiori sponsor dell’abusivismo edilizio, il Governatore della Regione Campania De Luca, che ha predisposto una legge regionale pro-abusivi, impugnata recentemente dal Governo, che è intervenuto con forza per ribadire il principio secondo il quale una costruzione abusiva non può essere acquisita dallo stato per poi riassegnarla agli autori stessi dell’abuso. La casa va acquisita dal Comune e poi va valutata l’opportunità di demolirla o assegnarla a chi davvero ne ha necessità. L’abusivismo di necessità è una categoria di comodo, e la Sicilia non ne ha bisogno.

La lotta all’abusivismo si fa seriamente con gli strumenti adeguati e oggi ce n’è uno in più per gli amministratori locali. Con la collega Giulia Di Vita abbiamo infatti presentato un ordine del giorno, accolto dal Governo, che impegna l’esecutivo ad “assicurare l’accesso alle risorse finanziarie previste dal Fondo per le demolizioni delle opere abusive, costituito presso Cassa depositi e prestiti, anche ai Comuni che si trovano nelle condizioni di dissesto o pre-dissesto finanziario o che si trovano in gestione commissariale” (come ad esempio il Comune di Bagheria, quello del modello proposto per la Regione sull’abusivismo, che modello non è affatto perché è uno di quei comuni ripresi da Scarpinato perché non fanno abbastanza: “Basta lassismo, demolite le case abusive” ).

Contro l’abusivismo edilizio compiamo un nuovo passo avanti grazie a questo ordine del giorno. Nel decreto per la crescita economica nel Mezzogiorno vengono stanziati 50 milioni per la concessione di anticipazioni, senza interessi, sui costi relativi agli interventi di demolizione delle opere abusive e sulle relative spese giudiziarie, tecniche e amministrative. Consentire anche ai Comuni in difficoltà di usufruire di questi incentivi per l’attività di repressione dell’abusivismo edilizio significherebbe concedere loro uno strumento prezioso per ripristinare condizioni di legalità sulle quali non si possono accettare compromessi.

Le norme di legge per intervenire nelle aree vincolate o a rischio e trovare i fondi ci sono, spetta agli amministratori locali la loro applicazione. Le amministrazioni che scelgono la strada dell’immobilismo arrecano un grave danno al territorio, al turismo, ai cittadini e come la legge prevede, devono rispondere materialmente delle proprie inadempienze. Il modello da adottare è semplicemente quello di rispettare la legge vigente, senza strizzare l’occhio a nessuno e valutando ogni situazione di reale necessità, nel rispetto delle norme vigenti.

 

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  • Mauro Fusco

    Approccio molto interessante al tema.
    In un paese afflitto dall’idea di “giustizia negata” o di “giustizia che vale per alcuni ed altri no” il tema dell’abusivismo dovrebbe essere una priorità
    Eppure, per chi se ne occupa in concreto, aumentare le sanzioni per le mancate demolizioni sembra aggiungere un carico per il “povero stupido innocente”.
    Quello, per esempio, per aver messo una tettoia in zona vincolata, o quello che, per passare da un fondo ad un altro in un parco, si è fatto un sentiero.
    Perché anche quello è un abuso oggetto di demolizione o riduzione in pristino.
    Perché, chi fa i veri abusi, della sanzione pecuniaria se ne infischia.
    Gli articoli dal 31 al 36 del T.U. vanno riformati, secondo me, prevedendo un processo di inclusione edilizia di quello che è urbanisticamente consolidato e di espulsione di ciò che non lo è.
    Obbligando gli uffici tecnici (sempre sempre sempre) a fare le ispezioni prima e dopo i lavori, in caso di attività edilizia.
    Ed a demolire tutto il resto

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