Gli impianti di deposito e trattamento rifiuti in fiamme (Intervento al Forum Internazionale PolieCo sull’Economia dei rifiuti)

  • 22 settembre 2017
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Da anni nel nostro paese si verificano gravi incendi che coinvolgono impianti e discariche contenenti rifiuti.

Dopo l’impressionante rogo avvenuto a Maggio presso la Eco-x di Pomezia ho cominciato a monitorare il fenomeno, notando che negli ultimi anni gli episodi hanno una frequenza quasi quotidiana. Le stime giornalistiche parlano di circa 280 incendi negli ultimi tre anni (circa un incendio ogni 4 giorni) ma il mio sospetto è che la cifra possa essere anche più elevata, dato che da quando ho attivato il monitoraggio comprensivo di una mappa on line con tutti i casi avvenuti e di una rubrica informativa su Facebook (Cronache di Fuoco), ne ho registrati circa 80 in poco più di tre mesi (circa un incendio ogni 2 giorni), alcuni dei quali di gravissima intensità e qualità, oltre alla già citata Eco-X, quelli alla Veritas di Fusina, all’Aboneco di Parona, alla D’angelo di Alcamo, alla Eredi Bertè di Mortara.

Appare utile ricordare come questi roghi producano sostanze altamente tossiche e pericolose per la salute dei cittadini. I motivi che si celano dietro questo incremento di fenomeni incendiari possono essere diversi. Sennonché – in linea con quanto dichiarato dal Dott. Roberto Pennisi, magistrato della DNA – si segnala come il disegno criminale preveda un modus operandi orami collaudato ossia: acquisire più rifiuti possibili (di tipologie diverse da quelle autorizzate) come fonte di extra guadagno e appiccare incendi al fine di farne perdere le tracce.

Le criticità rilevate sono molte ed eterogenee. Gli eventi dolosi sono la maggioranza e sono rari i casi di autocombustione. Alla radice del fenomeno c’è sicuramente l’infiltrazione di soggetti criminali nel ciclo della raccolta e gestione dei rifiuti. Per fare alcuni esempi concreti, in Italia accade infatti che un imprenditore come Vincenzo D’angelo, coinvolto in un’inchiesta coordinata dalla procura antimafia di Lecce denominata “Gold Plastic”, e che lo indica come  “appartenente ad un pericoloso sodalizio criminale “transnazionale”, dedito all’illecito traffico transfrontaliero di ingenti quantitativi di rifiuti speciali”, operi ancora tranquillamente nel settore e il suo impianto di rifiuti speciali prenda fuoco scatenando una nube tossica di portata ingente e dalle conseguenze ancora ignote sulla salute e sull’ambiente. Oppure che a Foggia un soggetto come Marino Roberto, pregiudicato che annovera precedenti per reati inerenti droga, reati contro il patrimonio e truffa, lesioni e minacce, rapina (nel 2004) e reati ambientali specifici, sia autorizzato a operare nel foggiano, dove gli inquirenti ipotizzano sia coinvolto nell’incendio tossico della discarica sequestrata di Castelluccio. Le numerose inchieste, troppe a dire il vero, hanno dimostrato che, attraverso il meccanismo dei prestanome, soggetti affiliati alla criminalità organizzata possono tranquillamente operare nel settore. Bisognerebbe rendere efficaci i controlli riguardanti antimafia e precedenti penali, poiché appare evidente come non lo siano affatto.

Un’altra criticità riguarda l’inefficacia degli impianti antincendio, che solo in rari casi sono efficaci e funzionanti. Questi impianti infatti non vengono considerati a rischio incendio e non necessitano dunque di autorizzazioni speciali. Visti però i dati forse è il caso di considerare normative più stringenti e controlli più adeguati (come vengono predisposti in questi giorni dal prefetto di Pavia, in seguito all’incendio della ditta Eredi Bertè). Il caso della Eco X è emblematico. A partire dal 2009 la ASL aveva comunicato alla stessa Regione che non risultavano agli atti le certificazioni antincendio dello stabilimento che è stato poi autorizzato ad operare sul territorio a partire dal 2010 e nel 2015 la Regione Lazio ha anche autorizzato la proprietà dell’impianto ad incrementare i rifiuti non pericolosi di una quantità pari a 1.000 ton/anno, senza assicurarsi che ci fossero tutte le dovute garanzie in merito all’impianto antincendio.

La densa nube nera sprigionatasi a causa dell’incendio divampato all’interno di un deposito rifiuti ad Alcamo (Trapani), il30 luglio 2017. ANSA/ FRANCESCO TERRACINA

C’è poi la questione delle rilevazioni da parte delle Arpa, le agenzie regionali preposte a svolgerle. L’attività di queste agenzie arriva nel 99% dei casi sempre alla stessa conclusione “nessun pericolo per l’ambiente” in seguito agli incendi di rifiuti speciali. Questo risulta paradossale per roghi gravi come quelli di Alcamo e Mortara, di dimensioni tali da avere un impatto probabilmente devastante. Uno studio recente del CNR ha posto l’attenzione sulla qualità delle emissioni inquinanti come fattore cancerogeno, mentre l’Arpa ne rileva la quantità e solo su quella si basa per stabilire il potenziale danno ambientale e alla salute. Nel caso di Alcamo poi, ma anche in altri casi, i dati sono stati forniti con inspiegabile ritardo. C’è da aggiungere che nel caso di Mortara proprio nel giorno in cui è scoppiato l’incendio era prevista un’ispezione Arpa. Come mai queste ispezioni non sono a sorpresa, ma annunciate?

In seguito agli incendi, alcuni capannoni sono stati demoliti dopo pochi giorni. Come nel caso di Mortara o della Ecoricicli Veritas di Malcontenta (VE). Mi chiedo se quella di cancellare per sempre il luogo dove è avvenuto un potenziale grave reato penale sia una prassi corretta, oppure no.

Per ridurre questi episodi è necessario anche chiuderla con la politica delle discariche e dare una svolta al ciclo rifiuti in Italia. La soluzione da adottare è chiara e la detta l’Unione Europea: alta percentuale di raccolta differenziata e riduzione complessiva dei rifiuti, né termovalorizzatori né discariche. Chiunque andrà al Governo nella prossima legislatura dovrà seguire queste linee guida.

Sono molti i versanti critici e sono del parere che si debba intervenire sia con nuove normative come l’obbligo di videosorveglianza, sia con maggiori controlli sul rispetto delle normative vigenti.

Benché il resoconto attinente a tale fenomeno che spesso ha connotati di illegalità sia sotto gli occhi di tutti, il Ministro dell’Ambiente non ha preso nessuna significativa iniziativa, tantomeno legislativa. L’ho ripetutamente sollecitato attraverso comunicati stampa, interrogazioni parlamentari e attraverso i miei personali mezzi di comunicazione. È chiaro che al fine di bloccare questa gestione extra legem dei rifiuti servirebbe un intervento normativo affinché l’uso della video sorveglianza – nei luoghi dove si svolgono attività di trattamento, di stoccaggio o recupero dei rifiuti – diventi obbligatorio per quelle aziende che richiedono una nuova autorizzazione, ovvero un rinnovo.

Le tecnologie possono infatti prevenire questi rischi sanitari ed ambientali, ad esempio con le telecamere ad infrarossi, atte alla prevenzione e al rilevamento degli incendi. Inoltre, servirebbe una vera e propria banca dati di questi tipi di impianti, infatti troppo spesso dopo gli incendi ci si accorge che nei siti erano presenti rifiuti diversi da quelli autorizzati (spesso con concessioni in deroga da parte di chi deve far rispettare le norme come gli assessorati regionali di riferimento). In merito all’iniziativa riguardante la video sorveglianza, v’è da segnalare come – oltre ad aver ricevuto l’appoggio dal Prefetto di Pavia – è stata presentata un’interrogazione a cui il Governo ha risposto che questi impianti di controllo potranno essere impiegati solo nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 4 della legge n. 300 del 1970, ossia nel rispetto della privacy dei lavoratori. Tuttavia nonostante questa risposta dell’esecutivo appare evidente come il diritto alla salute e all’ambiente debba prevalere su quello alla riservatezza.

Per fermare questi incendi, fenomeni legati alla criminalità, alla cattiva gestione del ciclo dei rifiuti, alla carenza dei controlli, all’inadeguatezza dei sistemi di sicurezza, è necessario intervenire in maniera decisa. Anche da questi eventi dipende la salute dell’ambiente e dei cittadini e la politica ha il dovere di intervenire. Io continuerò a sollecitare questo intervento con i mezzi che ho a disposizione, in quanto parlamentare, e mi auguro che prima o poi anche il Governo si renda conto di questa urgente necessità, anziché girarsi dall’altra parte, come ha fatto finora.

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