La mappa degli incendi!

  • 3 maggio 2018
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Da maggio dell’anno scorso monitoro puntualmente il fenomeno degli incendi negli impianti a supporto della raccolta differenziata che sta portando alla distruzione (o se preferite, alla compromissione) del sistema dei rifiuti (la MAPPA https://www.google.com/maps/d/u/0/viewer?mid=161jpf5rE6AzK0-xis9Euh7DJAlg&ll=41.75150794654188%2C11.906282499999975&z=6 ). In realtà credo si tratti non solo di una precisa volontà di far fallire un sistema virtuoso che l’Europa ha adottato con l’approvazione di tutti i paesi membri, ma anche di far finta (ignorantemente) di non capire che il modello che stiamo utilizzando in Italia è completamente sbagliato.

Infatti si camuffano le norme nazionali e regionali sulla raccolta differenziata sotto il grande mantello dell’economia circolare ma in realtà in Italia di “circolare” c’è ben poco poiché un sistema circolare presuppone la conoscenza ed il monitoraggio dell’intero percorso dei rifiuti, da quando si iniziano a produrre (nelle fabbriche) a quando vengono messi in circolo (sotto forma di packaging di prodotti) a quando entrano nelle case dei cittadini ed in fine a quando vengono recuperati per essere trasformati in nuovo materiali. In Italia l’inizio della filiera e la fine della filiera sono praticamente del tutto assenti: a monte, le fabbriche poco vengono coinvolte dallo Stato per attivare politiche di riduzione degli scarti da produzione e del “waste packaging” ed a valle, si esporta la maggior parte dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata verso paesi che nei decenni hanno investito sui loro imprenditori per ottenere dai rifiuti nuove materie prime e nuovi prodotti.

In queste politiche la Cina è diventata leader, inizialmente nella sola importazione di rifiuti differenziati e poi anche nel creare nuovi prodotti. Ma la politica della Cina non si ferma e guarda sempre avanti con notevole anticipo rispetto a tutti; negli ultimi anni ha investito nuovamente sulle proprie imprese chiedendogli di raggiungere insieme migliori performance ambientali ed ha quindi messo in atto politiche (non di banale efficentamento come facciamo noi in Italia nei vari settori) di minore impatto sull’ambiente. Basta una facile ricerca in rete per trovare le importanti scelte fatte sulla mobilità elettrica, sull’agricoltura, sulla depurazione delle acque ed ovviamente anche sui rifiuti. Su questo tema infatti il Governo Cinese, negli ultimi due anni, ha imposto la chiusura a circa 600 imprese che importavano dall’estero materiali di scarto (rifiuti, in particolare plastica e metalli) poiché la qualità (o meglio la contaminazione) di quei materiali comportava danni all’ambiente poiché non ben  differenziati.

In Italia invece cosa succede? Beh, non avendo messo in piedi un sistema CULTURALE sui rifiuti si va avanti con i paraocchi con tutti i soggetti coinvolti in questo settore che vanno avanti ognuno per la loro strada: le imprese che importano, le aziende che producono, i cittadini che consumano, le amministrazioni comunali che organizzano e/o gestiscono il servizio, le imprese che smaltiscono ed infine quelle che esportano o trasformano.

Ognuno di questi soggetti ha precise responsabilità nell’enorme quantità di rifiuti che quotidianamente produciamo (e dobbiamo gestire) e tutto si risolverebbe semplicemente cambiando (culturalmente e mentalmente) una errata interpretazione delle normative europee che in Italia vengono concepite solo per una mera GESTIONE quando in realtà l’Europa ci impone (anche con procedure di infrazione e sanzioni) di RIDURRE LA QUANTITA’ DI RIFIUTI.

Proprio in questi giorni inoltre il TAR del Lazio sta mettendo fortemente in discussione l’articolo 35 del Decreto Legge 133/2014 (il cosiddetto Sblocca Italia) che prevedeva infatti la realizzazione di 12 nuovi inceneritori/termovalorizzatori/ termodistruttori/e sinonimi vari su scala nazionale (poi ridotti a 8 ma a cui si aggiungevano i 4 aggiunti con esplicita richiesta dalla Regione Siciliana) un ricorso che nasce proprio da una corretta interpretazione delle scelte europee (a cui noi partecipiamo con ben 73 europarlamentari) che vedono nell’incenerimento una soluzione residuale dopo la prevenzione, il ricupero e il riciclo. In tal senso si chiede quindi se questo articolo 35 viola le direttive europee. Ma va anche detto che gli inceneritori che abbiano in Italia li abbiamo grazie ad un periodo passato in cui anche l’Europa era favorevole alla loro costruzione e per tale ragione finanziava anche profumatamente la loro costruzione. Oggi, con le nuove posizione politiche dell’Europa sui temi ambientali, non arriverebbe alcun finanziamento e di conseguenza difficilmente si troveranno delle imprese private disposte a far un investimento del genere.

Le scelte da fare sono quindi note a tutti e coloro che non agiscono in tal senso sono complici nel non far rispettare le normative ma anche he di danno erariale e reato ambientale…ed in questa valutazione ci metto anche i comuni cittadini che hanno l’obbligo (a prescindere dall’avere o meno un servizio garantito) di ridurre il quantitativo di rifiuti che quotidianamente producono e fare la raccolta differenziata (poiché la norma che obbliga a tale procedura non vale solo per le amministrazioni che devono organizzare e gestire il servizio ma anche per i cittadini).

Stando così le cose, gli incendi che costantemente distruggono impianti di gestione dei rifiuti sono l’effetto di un sistema che sta andando verso il definitivo collasso sia per le imprese che non riescono più ad esportare i rifiuti (e quindi come disse il Procuratore Pennisi della DNA interviene il santo fuoco che li fa sparire) sia per le imprese che vedono convergere verso i loro impianti una quantità sempre maggiore di rifiuti e questo porta spesso al danneggiamento dell’impianto stesso.

Serve quindi:

  • ripensare e rianalizzare l’intero sistema dei rifiuti mettendo in piedi un percorso circolare
  • mappare le imprese presenti sul territorio e valutare insieme gli obiettivi da raggiungere e conseguentemente definire le infrastrutture che necessitano
  • attivare un monitoraggio sul fenomeno degli incendi rivedendo la normativa ed obbligando all’uso di adeguati sistemi di videosorveglianza (termocamere) ed antincendio
  • inserire le indagini e le verifiche su tali impianti nei protocolli della DNA poiché ogni procura in questo momento agiste per competenza territoriale

Nei file allegati le proposte ed alcuni dati più dettagliati sul fenomeno.

Presentazione PDF del fenomeno

il Dossier elaborato con la Federazione dei Verdi

La mappa degli incendi https://www.google.com/maps/d/u/0/viewer?mid=161jpf5rE6AzK0-xis9Euh7DJAlg&ll=41.75150794654188%2C11.906282499999975&z=6 in cui distinguo incendi che si manifestano in:

  1. Impianti
  2. Discariche
  3. Strutture pubbliche di trasparenza e mezzi
  4. impianti di compostaggio (che nonostante l’elevata percentuale di acqua vanno ugualmente a fuoco)
  5. aree e discariche abusive
  6. siti delle ecoballe della Campania (su cui paghiamo 120.000 al giorno dal 2014 di sanzione europea)
  7. Inceneritori (alla faccia di chi li definisce sicuri)

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